Pubblico anche su questo sito la prima domanda dell’intervista uscita il 21 marzo sul sito critica letteraria: non sempre capita di poter rispondere a domande davvero interessanti.
Giacomo Debenedetti in apertura del suo fondamentale saggio su Carlo Michelstaedter scriveva: «la vita ha, per sua legge, l’illuso e contraddittorio protendersi verso la dissoluzione di se medesima». In questo «antico motivo di sbigottimento e di doglia» Debenedetti individuava l’asse portante dell’intera architettura filosofica dell’intellettuale goriziano. È azzardato, secondo Lei, pensare che se Debenedetti avesse letto i suoi romanzi avrebbe scritto qualcosa di molto simile? In fondo, i suoi personaggi, mi riferisco principalmente a Ettore Fossoli di Vita e morte di Ludovico Lauter, Serafino Pinna de Il primo passo nel bosco e Nello Bruni di Quando tutto tace, sono uomini tormentati dalle dicotomie Realtà-Finzione, Verità-Menzogna, o, per dirla con Michelstaedter, Persuasione e Rettorica, che solo nel tardivo riconoscimento dell’identità profonda tra vita e morte riescono a trovare un lieve sollievo esistenziale.
“Questo richiamo a Michelstaedter mi fa molto piacere e mi fa pensare a una riflessione che facevo per conto mio qualche giorno fa. Nei miei romanzi c’è sempre almeno un personaggio che si suicida. Non saprei dire perché, ma il suicidio è per me un nucleo irresistibile dal punto di vista narrativo come dal punto di vista esistenziale. Credo contenga tutte le tensioni di una vita concentrate in un attimo fondamentale: contiene le verità possibili assieme al loro smascheramento.
È vero che tutti i miei personaggi giocano sul filo dell’autodistruzione; e al tempo stesso gridano, o implorano alla loro maniera, il bisogno di esistere e di essere riconosciuti. Direi perfino che i miei stessi romanzi, ciascuno in sé e poi l’uno rispetto all’altro, sono carichi di una tensione autodistruttiva. Si compiono per negarsi (come nel Lauter) o esplodono in corso d’opera come in Quando tutto tace. Ognuno inoltre è diverso dall’altro, quasi nega il precedente: è come se li scrivessi per spiazzare ogni volta innanzitutto me stesso, e poi il lettore.
Per restare con una citazione nel mondo greco, che era caro a Michelstadter, potrei forse dire che ogni romanzo che ho scritto si sente colpevole di esistere e paga il fio a tutti quelli che non ho scritto o non ho saputo scrivere. Perciò forse tende a dissolversi nel suo contrario”.
ecco l’indirizzo da seguire per leggere il resto
http://www.criticaletteraria.org/2012/03/il-salotto-intervista-ad-alessandro-de.html

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