Celestino Tabasso su «L’Unione Sarda»
La sofferenza e il divertimento di scrivere. Il piacere di occuparsi di Sardegna e la libertà di non farlo. Una pagina per descrivere l’orrore di un bombardamento, un’altra per raccontare l’atrocità coniugale di un alito pesante.
E’ stata una chiacchierata ampia e densa quella che lo scrittore Alessandro De Roma ha intrecciato domenica notte con il pubblico di A libro aperto e con Stas Gawronski, direttore artistico del festival.
Al ritorno da Santu Lussurgiu De Roma – 37 anni, ghilarzese, insegnante di Storia e Filosofia a Torino si è ritrovato finalista al Premio Dessì con il suo “Vita e morte di Ludovico Lauter”, dopo la menzione speciale al Vigevano. E come è naturale al centro dell’incontro c’era questo suo libro d’esordio, che immagina la vita di un immenso scrittore – dileguatosi in stile Stalinger dopo i successi editoriali – affidata alla penna di un altro personaggio, un mediocre romanziere di provincia.
Garownski ha letto alcune pagine del romanzo scelte dall’autore, e non poteva mancare quella dedicata a Cagliari tramortita dalle bombe americane, una città morta dove dopo i raid «si aggiravano infelici, increduli sciacalli». Una pagina significativa perché dice quanto a De Roma premano le vicende della Seconda Guerra Mondiale, e quanto sia stupito perché «ai cagliaritani tutto sommato oggi non sembra importare più molto di quelle bombe. Forse perché quando si parla di Sardegna si parla d’altro, o forse perché Cagliari è stata ricostruita velocemente e a tratti rovinosamente: non è bene ricordare quel che non c’è più e quel che è stato tirato su in fretta per rimpiazzarlo».
Un atteggiamento che ricorda quello del suo personaggio davanti ai racconti del padre, criminale di guerra tedesco: «Ludovico Lauter fugge dalle memorie del padre così come l’Italia è fuggita dalla memoria del conflitto, cercando un colpo di spugna che cancellasse tutto e le consentisse di proporsi in veste buonista. I tedeschi no, i conti li hanno dovuti fare tutti e fino in fondo».
Ma non è solo o tanto per uno scrupolo da storico che De Roma ha scelto di mettersi alla prova con la narrativa. Se si scrive lo si fa per altri motivi, spiega lui: fondamentalmente «perché si ama la vita e scrivendo si cerca di dilatarla, di moltiplicarla attraverso i personaggi. In fondo è la stessa ragione per cui si legge».
A proposito: se la carriera da scrittore lo vede esordiente, quella da lettore lo dipinge come un vorace, un voluttuoso: «Un libro che vorrei aver già letto? Neppure uno, direi: è così bello sapere che ci sono tantissimi libri belli e importanti ancora da leggere».
Più facile scoprire quale libro altrui gli piacerebbe aver scritto: «Dico L’Isola di Arturo della Morante, è il mio libro preferito e direi che non è un caso se nel mio libro ci sia un padre tedesco». Ci sono anche i libri mai scritti ma solo pensati, e rievocati con autoironia: «In alcuni casi le trame dei romanzi di Lauter sono storie che avevo deciso di scrivere e che poi ho abbandonato. C’è in particolare una serie fantasy che un tempo avevo pensato per me e poi ho affidato a lui: la mia era una boiata, la sua diventa un successo internazionale. Il che non esclude che sia una boiata anche la sua».
Ancora su scrittura e scrittori: «In questi giorni sto leggendo Coetzee, la sua scrittura ha la secchezza, la durezza che inseguo». Dribblata la domanda di un signore cagliaritano incuriosito dai quaderni che Lauter riceve in eredità, una sorta di diario genealogico nel quale annotare le proprie vicende di generazione in generazione: «Sui diari non le posso dire molto senza rischiare di rovinarle la lettura». Resta l’annotazione tracciata dal nonno di Lauter come monito per i successori: Trionferà soltanto chi puzza più della vita stessa.
L’interrogativo principe non è sulla trama o su un personaggio del Lauter. Il punto sul quale la conversazione non può che tornare più volte è lo scrivere. Come atto, come dovere, come manifestazione di interesse per un tema senza giuramenti di fedeltà a un argomento. Per esempio «mi piace essere sardo senza dover scrivere necessariamente di Sardegna». Sì, nel romanzo compare Cagliari, sia pure accanto a mille altri luoghi geografici, ma nel prossimo libro non sarà così E tanto per completare la lista dei buoni propositi, o almeno delle novità : niente più romanzi che parlano di scrittori, «si rischia di annoiare facendo metanarrativa».
Mentre non si rischia – o almeno si gioca onestamente quando si mette mano alla tastiera del computer per raccontare una storia: «Non mi basta che di un romanzo mi dicano che è scritto bene, e anzi se me lo consigliano in quanto è scritto bene non mi convincono: scrivere innanzitutto vuol dire raccontare delle storie».
















