Recensioni

Un estratto del bellissimo articolo di Benoit Laureau su www.lacauselitteraire.fr a proposito de “la fin des jours”

“…Ce n’est pas l’avenir que l’on observe, mais notre temps présent dans le miroir déformant de la fiction anticipative. , à ce titre, perturbe, interroge, et procure un étrange sentiment de réalité. Outre la description métaphorique d’une Italie en crise économique et sociale, théâtre d’une dilution de la conscience et de la morale, et centre des inquiétudes de l’Europe, Alessandro de Roma propose dans ce roman fort et habilement mené, une vraie réflexion sur notre rapport actuel à la mémoire. Il y a dans cet amour de l’apocalypse beaucoup de nos peurs avouables, reste à se souvenir qu’il contient aussi tout le possible de la faiblesse humaine”.

Così Frédéric Saenen su parution.com parla de “la fin des jours”

Il est un fait certain : c’est en temps de crise que peut surgir la meilleure littérature. Les années 1930 demeurent emblématiques de ce constat, du moins pour la civilisation occidentale. Combien y dénombre-t-on d’auteurs qui, désertant le terrain de la création éthérée et intellectualisante, livrèrent des récits-mondes enracinés à la fois dans les besoins fondamentaux et les angoisses existentielles, bref dans la part tragique, de l’humain ?

L’Italie doit aller bien mal pour avoir fait germer dans l’esprit d’Alessandro de Roma l’intrigue de
…Comme c’était déjà le cas avec Vie et mort de Ludovico Lauter, le romancier nous balade longtemps dans ce qui a des allures de pur délire, paraît nous égarer, multiplie les portes dérobées et les semi-révélations sordides jusqu’à définitivement nous engrener dans les rouages complexes de son univers. Et là, la réussite est totale. Le plan dont son anti-héros est le jouet et qui est exposé à travers les trois «audiences» finales du roman amène de Roma à remplir la fonction ultime de l’écrivain, inventée jadis par Gide : celle d’«inquiéteur».

À nouveau traduit avec précision et élégance par le poète et romancier liégeois Pascal Leclercq – à cet égard, un écrivain n’est jamais mieux servi que par un autre –, ce deuxième roman d’Alessandro de Roma nous installe dans un univers bouclé de toute part, un monde étréci où chaque jour est une espèce de cachot itératif et où même les révolutions d’apparence spontanées s’avèrent au final autant de solutions téléguidées «de plus loin». À lire en guise de dernier sursaut d’intelligence, avant que la psychose climatisée nous terrasse. (la recensione completa si trova su www.parutions.com

Ora so che il titolo era giusto…

Il mio romanzo “”, uscito nel maggio del 2011, è stato un fiasco. Una catastrofe editoriale, un disastro. Non è di moda dire queste cose, ma io le dico, perché credo che dirle faccia parte dell’anima di questo libro. Sembra anzi il suo epilogo, già scritto nelle sue ultime pagine (metafisiche? deliranti? irrisolte).
E’ uscito, nel silenzio; ha mosso due o tre incerti passi, sempre nel silenzio; ora, nel silenzio, non deve morire. Perchè voglio dirgli, pur con una piccola voce (quella che conta meno, ossia quella del suo stesso autore) che io lo amo, più di quanto non lo amassi un anno fa o quattro anni fa, quando ho cominciato a scriverlo. Lo amo per esser stato abbandonato e solo; lo amo per corrispondere così bene ai suoi personaggi e alla sua storia: un manipolo di italiani derelitti in un’Italia che svanisce. Lo amo perché quasi tutti quelli che ne hanno parlato (su giornali, nei forum, nei blog, nelle presentazioni) si sono dilungati sulla sua maledizione: essere un romanzo metanarrativo. E hanno ignorato invece quasi sempre che si trattava di un romanzo sulla disperazione e sull’Italia, sulla nostra storia di questi anni di discesa agli inferi televisivi.
Lo amo, perché qualcuno lo deve amare e perché sogno che un giorno o l’altro, leggendolo dopo molti anni, un lettore curioso (nei miei sogni, trafitto dal rimorso) scopra che, nella sua goffaggine, questo libro era quello che doveva essere e che, pur in tutti i suoi difetti, ha avuto il coraggio di muoversi in una foresta di libri più solidi e sicuri, contro i quali non aveva alcuna speranza di farsi notare. Ha vissuto. Anche se si è trattato di una vita disperata, da romanzo diverso. Se fosse stato un uomo, sarebbe stato un suicida.
E voglio dirgli che sono fiero di aver scritto un romanzo così disgraziato e mai lo abbandonerei proprio adesso che, scivolando giù dagli ultimi scaffali delle librerie nei quali è stato dimenticato, percepisce con orrore tre sillabe così facili da scandire e ripetere con ossessione: ma-ce-ro! ma-ce-ro! e macero sia, e io con lui, voglio vedere chi ha il coraggio di sputare sopra Nello Bruni mentre si scherma dalla visione del nulla contro il quale ha lottato, senza speranza, per più di duecento pagine. Io stesso, che l’ho messo in questo guaio, lo amo e gli chiedo perdono: non ho potuto fare di meglio. Ora che tra noi la guerra è finita, possiamo condividere la sconfitta.

La Fins des jours sulla rivista “Elle”

Così scrive Clementine Goldszal “…Sous ses airs d’allégorie philosophique, ce roman cache un sous-texte pouissant et fondamentalement actuel. On s’en souviendra…”

La fin des jour su “Le nouvel observateur” di questa settimana

Così scrive Véronique Cassarin-Grand: “Dans un univers aux accents orwelliens, Alessandro De Roma tisse une intrigue dérangeante où les ressorts d’une manipulation machiavélique ne se révèlent qu’à la toute dernière page. Sidérant”.

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