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Il finale? Non c’è. Roma, Ergife, dicembre 2011

Scrivo questa nota per quelli che mi contattano sul mio sito per chiedermi novità sul dell’ e sull’esposto che alcuni candidati hanno presentato. A oggi nessuna reazione da parte delle istituzioni, se non notizia di archiviazione (almeno per quanto riguarda gli aspetti penali) ricevuta in casa da alcuni di noi tramite una (poco allegra e assai allarmante) visita della polizia municipale.
Il mio esposto l’ho presentato assieme ad altre 5-6 persone alla prucura di Cagliari poco prima di Natale (registrato e inviato da lì a Roma). Altri hanno presentato lo stesso testo in altre città italiane. Altri ancora hanno presentato esposti con altri testi. Di queste situazioni non so nulla e dunque non so neppure se abbiano avuto seguito. Impossibile dire se il concorso sarà annullato e ripetuto, ma tutto mi lascia pensare che verrà invece convalidato e che ad aprile, come dicono in tanti, ci verrà chiesto di iscriverci alle nuove graduatorie per essere eventualmente chiamati a insegnare dal settembre del 2013.
I sindacati, che io sappia, non si sono mossi molto e ci sono state voci o promesse di interrogazioni parlamentari delle quali poi non si è saputo più niente. E’ difficile smuovere qualcosa (anche interessare i sindacati) quando su 6000 o 7000 partecipanti a un concorso così male organizzato solo alcune decine presentano un esposto. Nonostante le immagini più che chiare trasmesse dai telegiornali. C’è chi 3 mesi dopo mi scrive stupefatto, chiedendomene conto. Il fatto è che l’indifferenza (o la rassegnazione) è la malattia più grave di questo paese; e questa ne è la prova più evidente: se non avessi visto coi miei occhi quel che succedeva a Roma, non avrei creduto che in Italia potessero succedere davvero cose come queste. Nel segreto delle stanze o dei corridoi del potere, certo sì, ma non davanti a 6000 insegnanti e alle telecamere della rai che poi manda tutto in diretta durante il telegiornale delle 20. Questo ancora non lo credevo possibile. Ebbene, invece si può. Perfino in quei giorni all’Ergife ho imparato qualcosa. A chi mi chiede com’è andata a finire, posso dunque solo rispondere: non è finita ancora e forse non finirà mai: troverà spazio nel magazzino delle cose lasciate a metà e dimenticate, delle quali è piena l’Italia.

La più grande virtù dei sardi

Molti hanno ripreso recentemente il mio articolo “cosa vuol dire essere sardo” su facebook e ancor di più l’altro pezzo che ho scritto su Ovidio Marras e la sua lotta a Capo Malfatano.
Di insulti me ne sono arrivati un’infinità dopo la pubblicazione di “cosa vuol dire essere sardo” sul mio sito (e poi dei pezzi che lo hanno seguito). Ma sono stati ancora più numerosi i commenti favorevoli di coloro che chiedono, appunto, uno sforzo di sincerità e autocritica quando noi sardi parliamo della nostra terra. Ho trascorso l’estate 2011 a scrivere un testo più lungo che penso finirò per pubblicare (probabilmente in forma gratuita sul mio sito, anche se si tratta di un vero e proprio libro, forse pubblicabile a puntate). Resta molto da dire sull’argomento e credo di aver bisogno di spiegarmi meglio, perché è facile essere fraintesi. Spero di pubblicare il tutto entro l’estate 2012, magari in una versione aggiornata di questo sito che contenga una sezione apposita. Si tratta più che altro di avere il coraggio di sobbarcarmi lo stress della ulteriore valanga di insulti che seguirà, soprattutto da parte di coloro che inquadrano la mia posizione nell’ambito di un disprezzo di sè e delle proprie origini, mentre si tratta proprio del contrario: ossia del desiderio di voler essere legittimamente orgogliosi della propria terra e della propria gente. Desiderio che nasce dalla convinzione che davvero la Sardegna possa essere un luogo particolarmente bello per trascorrere la propria vita. Privilegio che non viene però dal nulla, ma richiede un processo di crescita notevole da parte del popolo sardo e un enorme lavoro per rimuovere tutte le falsità di un orgoglio basato sugli stereotipi e sulla convinzione di una presunta superiorità (per altro auto-attribuita), che maschera troppo spesso il provincialismo più becero. Come se si potesse essere sardi e perfetti dalla nascita, invece che diventare via via migliori con una consapevole percorso di autocritica e crescita. Per conoscere la Sardegna bisogna conoscere il mondo. E prima di parlare di noi stessi con troppa convinzione bisognerebbe forse saper ascoltare di più gli altri, quelli che ci guardano dall’Italia o dall’Europa o quelli che sono diventati sardi per scelta o per necessità. L’interesse suscitato da questo articolo e il grande fermento culturale che si respira in Sardegna da qualche anno, mi dice che forse davvero è arrivato il momento di coltivare delle buone speranze per il futuro. A patto di avere il coraggio di strappare via le erbacce cattive e lavorare la terra con rispetto e dedizione prima di vantarla al mondo come un giardino felice. Se posso citare un sardo famoso e restare nella metafora del giardino, diciamo che, a mio avviso, c’è bisogno di un po’ di picconate e di molta libertà di pensiero: la sincerità non è spesso esibita (soprattutto dagli stessi sardi) come la nostra più grande virtù? Io stesso l’ho appena fatto. Ecco, io vorrei provare ad essere all’altezza di questa fama. E vorrei cominciare parlando proprio della mia terra e dei suoi difetti, proprio perché la vorrei migliore di come è e perché credo che potrebbe davvero esserlo.

Provate a iniziare a leggere le cronache dei Pasquier e ditemi se riuscite a smettere…

Georges Duhamel è uno scrittore che ha vissuto una vita esemplare e che ha scritto alcune tra le pagine più belle del XX secolo. Ha avuto un grandisismo successo in Francia negli anni venti, trenta e poi quaranta; ma oggi non viene ricordato quasi mai. In Italia i suoi libri sono quasi scomparsi. Per capire cosa si perde, perdendo Duhamel, basta leggere anche solo qualche pagina dei suoi scritti sulla prima guerra mondiale (Vite dei martiri, scritte dal suo punto di vista di medico al fronte) o la meravigliosa vicenda familiare dei Pasquier. Il personaggio Laurent Pasquier è, in gran parte, lo stesso Georges Duhamel. E’ per me uno tra i libri più appassionanti, divertenti e commoventi che siano mai stati scritti: sono in realtà 10 romanzi, o se si preferisce un solo lunghisismo romanzo che vale non meno di Proust o di Celine; e sogno di rivedere questi libri un giorno nelle vetrine di una libreria del centro di Roma, di Milano o di Cagliari. Come si può dimenticare un tesoro simile?

La mia prima volta in Russia

E’ appena uscita in Russia una raccolta di testi di nuovi autori italiani, alla quale ho avuto la fortuna di partecipare anch’io con un lungo racconto e alcuni testi brevi. La raccolta si intitola “Ital’janskaja novella XXI vek. Načalo (La novella italiana del XXI secolo. Inizio) ed è stata pubblicata dalla casa editrice moscovita “Centr knigi Rudomino” (sezione editoriale della Biblioteca di Letteratura straniera).

L’antologia è nata dal lavoro di una tra le più vivaci riviste letterarie nate in Italia in questi anni: Atti Impuri. Il volume è curato da Elisa Alicudi (sul sito www.attimpuri.it se ne può leggere la prefazione), e presenta per la prima volta ai lettori russi alcuni dei più noti e interessanti scrittori italiani di questi ultimi anni:
Piergianni Curti, Flavia Ganzenua, , Giorgio Vasta, , Elena Mearini, Sparajurij, Emanuele Tonon, Franco Arminio.

Una scuola da esportazione.

 

Nel dicembre del 2011 alcune migliaia di insegnanti italiani si sono ritrovati all’Hotel di Roma per cercare di ottenere uno dei pochi e ambitissimi posti disponibili nelle scuole italiane all’estero e nelle scuole europee.

È stato un momento di verità che ha rivelato quanto sia bassa ormai la fiducia degli italiani (e degli insegnanti italiani in particolare) nel loro paese e nelle sue leggi. Continua →